Più cresce la sua centralità nel dibattito della comunità HR e più aumenta la delusione nei suoi protagonisti. Il Talent Management da anni domina la scena italiana nei progetti aziendali, libri e convegni nonché nei prodotti offerti dalla consulenza. Eppure, ogni qual volta si tenti un bilancio onesto dei suoi risultati, non è facile abbandonarsi all’euforia. Ma perché le aziende italiane, così poco inclini alla valutazione e al merito, dove carriere a dir poco longeve sembrano dipendere da interminabili gestazioni, perché dovrebbe davvero credere nel talento, scommettere e accelerare la crescita di chi mostra di avere dell’alto potenziale? Ma soprattutto come la gestione dei talenti potrebbe davvero occupare nell’agenda del management italiano quella posizione centrale che riveste da più di un decennio in quella delle realtà multinazionali? Questo contributo riflette sulle principali caratteristiche del Talent Management “all’italiana” per porlo al confronto con le practice che contraddistinguono le aziende multinazionali, nel tentativo di capire perché altrove esso funzioni, perché costituisca una vera priorità per il Business e come ricavarne, per le aziende italiane, un modello di intervento rigoroso, efficace e infine un po’ più “ambizioso”.

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